Perché Seaspiracy è stato criticato da vegani e non [pt. I]

Se avete qualche amic* vegan*, probabilmente vi avrà già consigliato di vedere assolutamente Seaspiracy, l’ultimo “documentario” su Netflix che mette in discussione la pesca “sostenibile”. Uso il virgolettato, nel primo caso, perché per alcuni la qualità dei “documentari” di Netflix è spesso dubbia: non per la resa delle immagini, non per l’importanza degli argomenti, né per la loro veridicità, piuttosto per il modo in cui i registi scelgono di riportare i fatti. Solitamente (e probabilmente per coinvolgere e intrattenere il più ampio numero di persone) problemi effettivi, reali, concreti vengono riportati con toni sensazionalistici, enfatizzati, in maniera tale da creare una sorta di “shock” nel pubblico.

seaspiracy

Seaspiracy, realizzato da Ali Tabrizi e prodotto da Kip Andersen già autore di What the Health e Cowspiracy – riprende questo stesso stile. L’incipit assomiglia proprio a quello di uno spy film fatto di investigazioni, inseguimenti, minacce e misteri da risolvere, sulle tracce di ciò che consideriamo (o ci viene venduta come) “pesca sostenibile”. Poiché gran parte del docu-film (d’ora in avanti lo definiremo così, tentando un compromesso) consiste nelle interviste realizzate da Tabrizi a esponenti del Marine Stewardship Council (MSC, quella del bollino blu sul pesce), della Plastic Pollution Coalition, Oceana e altri, una delle prime accuse mosse a Seaspiracy è di aver “manipolato” non solo queste interviste, ma anche alcuni dati, per giungere alle conclusioni desiderate: l’unico modo per preservare gli oceani è di non mangiare pesce.

Effettivamente, alcuni momenti nel corso delle interviste paiono piuttosto imbarazzanti, come quando Mark Palmer, dell’International Marine Mammal Project (IMMP), sembra ammettere che durante i controlli sui pescherecci che catturano tonno, il personale incaricato di sorvegliare la salvaguardia dei delfini viene spesso corrotto (bribed) dai pescatori il cui unico obiettivo è ottenere la certificazione dolphin-safe o dolphin-friendly. Palmer, come altr* intervistat*, ha reagito lamentando che le sue affermazioni sono state decontestualizzate:

I answered there are no guarantees in life but that drastically reducing the number of vessels intentionally chasing and netting dolphins as well as other regulations in place, that the number of dolphins that are killed is very low”.

Il grassetto qui è voluto per sottolineare che benché apparentemente in diminuzione grazie a IMMP là fuori ci sono pescatori di tonno che volutamente catturano e massacrano i delfini. A ogni modo, un altro portavoce dell’IMMP ha aggiunto che grazie alle loro azioni, le uccisioni dei delfini sono calate del 95%, evitando “il massacro indiscriminato di più di 100 mila delfini ogni anno”.

Oltre ai diretti interessati comunque, altre personalità si sono espresse sulla validità del lavoro svolto da Tabrizi e il suo team per Seaspiracy, in maniera tanto positiva quanto negativa. E in particolare, anche nella comunità vegan ci sono state opinioni discordanti. Vediamo quali sono state le principali contestazioni mosse al docu-film.

Argomento #1: è propaganda!

Come anticipato all’inizio, i “documentari” Netflix rappresentano per alcuni nient’altro che propaganda travestita da documentario con evidenze scientifiche, in questo caso ovviamente “propaganda vegan”. Questo comporta evidentemente un tipo di narrazione sensazionalistica, fortemente emotiva, che colpisca il pubblico allo stomaco, lasciandolo indignato davanti alla “cospirazione” delle grandi multinazionali (da cui i titoli Cowspiracy e Seaspiracy). Per alcuni, la narrativa adottata dagli autori riprende un modello di storytelling in cui l’eroe (in questo caso Tabrizi) compie un “viaggio” conoscitivo, affronta delle “sfide”, per poi ottenere delle “rivelazioni” indispensabili a sciogliere la trama. Si tratta evidentemente di un metodo in grado di catturare il pubblico, trattenerlo con il fiato sospeso, ma incapace di suscitare alla fine dei conti una riflessione, indispensabile a spingerlo a cambiare le proprie abitudini. Il risultato? Fra qualche mese nessuno si ricorderà più di Seaspiracy, della mattanza dei delfini per catturare i tonni, e torneremo tutti a goderci il nostro sushi senza rimpianti.

L’attenzione mediatica ottenuta è molto alta, ma la curva di interessamento alle tematiche trattate non attende a scemare: dopo aver raggiunto il pubblico massimo, i documentari perdono il loro hype […].

(dall’articolo di Leggi Scomodo su Seaspiracy).

D’altra parte, secondo altre analisi, con tutte le fallace della narrazione “distorta” di Seaspiracy, se non altro i realizzatori sono stati in grado di “smuovere le acque” e sollevare l’attenzione su quello che è il reale, effettivo problema, ossia lo sovrasfruttamento degli ecosistemi marini, che però non ha come unica soluzione lo stop al consumo di pesce.


Argomento #2: nel 2048 gli oceani saranno deserti?

In Seaspiracy viene citata una proiezione secondo cui nel 2048, a causa della sovrappesca, i mari e gli oceani saranno completamente deserti. I detrattori del docu-film hanno subito sventolato la smentita dello stesso autore dello studio che preannunciava il 2048 come data di “morte” degli oceani, per criticare l’uso improprio che i realizzatori hanno fatto dei dati a loro disposizione. D’altra parte, nonostante la smentita, il professor Callum Roberts, anche lui fra gli intervistati in Seaspiracy, ha fatto notare che, pur ammettendo l’assenza di rigore scientifico, il punto non è se i mari saranno vuoti nel 2048, nel 2075 oppure nel 2201, dovremmo invece concentrarci sugli andamenti, e gli andamenti ci mostrano che effettivamente gli stock ittici sono in gravissimo peggioramento. Perciò, se nel 2048 gli oceani non saranno ancora completamente vuoti, saranno comunque terribilmente danneggiati e impoveriti di forme di vita.

Photo by Blaque X on Pexels.com

Dal punto di vista dei trend, l’associazione Essere Animali da tempo sta portando avanti la causa dei pesci, generalmente trascurati quando si parla di benessere animale, delle problematiche degli allevamenti intensivi o dell’impatto del consumo di pesce sull’ambiente. In un loro recente report, citano statistiche redatte nel 2016 della FAO, secondo cui “i dati mondiali sulla salute degli stock ittici mostrano uno scenario critico: la quota del pesce presente nei mari, entro livelli biologicamente sostenibili, rivela una tendenza al ribasso, scendendo dal 90% del 1974 al 68,6% del 2013. Pertanto, più del 30% degli stock ittici risulta pescato a livelli insostenibili, ovvero in una condizione di sovra-sfruttamento (overfishing), fenomeno che si verifica quando una specie viene pescata più velocemente di quanto riesca a riprodursi”. Inoltre, “[p]er quanto riguarda il Mare Mediterraneo, la situazione appare ancora più problematica: nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato che “il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo, mentre per gli stock di acque intermedie come la sardina e l’acciuga, la percentuale è pari o superiore al 71%”.
Altri esempi si trovano qui e qui.

In generale perciò, pur distogliendo lo sguardo dalle previsioni per il 2048, i trend mostrano evidentemente uno spopolamento dei mari e gli oceani, segno che la pesca al giorno d’oggi ha raggiunto livelli assolutamente non sostenibili. “Sostenibile” è infatti qualsiasi attività che con le sue esternalità sociali, economiche e ambientali, può garantire un’esistenza dignitosa ed equa per tutti, non solo per questa generazione ma anche per le prossime, e senza distruggere i sistemi naturali da cui si traggono le risorse, né oltrepassare le loro capacità di assorbire gli scarti e i rifiuti dovuti alle nostre attività produttive.

Della sostenibilità sociale, economica e ambientale della pesca al giorno d’oggi parleremo ancora nella prossima puntata. Nel frattempo, se ancora non l’avete fatto, andate a guardarvi Seaspiracy, così da poterci confrontare insieme nei commenti!

Alice Tarditi

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