COP26: Codice rosso

“La crisi climatica sta causando già adesso perdite e danni per tante persone, e anche se siamo tutti in mezzo alla stessa tempesta decisamente non siamo tutti sulla stessa barca”

Elizabeth Wathuti

Dal 31 ottobre al 12 novembre scorso si è tenuta a Glasgow la COP26, che ha messo insieme più di 190 paesi del mondo. Quest’anno la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici è stata organizzata dal Regno Unito in partenariato con l’Italia.  La riunione dei leader a Glasgow era stata anticipata da 3 grandi eventi: la Youth4climate Driving Ambition, la PreCOP26 e il G20 tenutosi a Roma il 30 e 31 ottobre scorso.  

La frase di Elizabeth Wathuti, attivista Keniota per clima, riassume bene lo spirito di questa conferenza: considerata dai leader un’opportunità storica, un’occasione per ricostruire insieme una nuova società ed una nuova economia dopo la pandemia da Covid-19, la COP26 è stata caratterizzata da una netta divergenza tra promesse e obiettivi concreti e soprattutto da una divisione tra paesi del Nord del mondo, i più ricchi e inquinanti e paesi del Sud del mondo, che subiscono le vere conseguenze del cambiamento climatico.  Le aspettative su questa conferenza erano tante: nel 2015 a Parigi i leader avevano stabilito per la prima volta i loro NDC, i contributi determinati a livello nazionale, ovvero gli obiettivi di ciascun paese sulla riduzione delle emissioni. A Glasgow questi dovevano essere verificati per la prima volta e nuovi impegni più ambiziosi dovevano essere presi, secondo il Meccanismo a rialzo. Ma è andata davvero così? 

Che cosa è stato deciso alla COP26?

Gli accordi sottoscritti a Glasgow sono stati molti, alcuni considerati di rilevanza eccezionale, altri più deludenti. Al contrario di 6 anni fa, qui i leader si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale tassativamente entro il grado e mezzo, attraverso numerosi accordi:  

  • Dichiarazione dei leader di Glasgow sull’uso delle terre e delle foreste: 134 paesi, tra cui India, Cina e Brasile, si sono impegnati per fermare la deforestazione entro il 2030 con un investimento di quasi 20 miliardi di dollari;  
  • Impegno globale sul metano: l’obiettivo è ridurre del 30% le emissioni di metano entro il 2030. Molti degli stati più inquinanti però, come India, Cina e Russia, non l’hanno sottoscritto;
  • Accordo BOGA, Beyond Oil and Gas Alliance: lo scopo di questi 23 paesi è fermare la produzione di petrolio e gas a loro interno, ma in realtà nessun grande produttore di queste materie prime lo ha firmato (l’Italia è diventata “amica” dell’accordo senza sottoscriverlo); 
  • Accordo per accelerare la transizione verso un mercato automobilistico a zero emissioni, nel 2035 per i paesi sviluppati e nel 2040 per gli altri;  
  • Nascita della coalizione GFANZ: 450 grandi aziende si sono impegnate per ridurre le emissioni a zero entro il 2050;  
  • Accordo per fermare gli investimenti in centrali di carbone all’estero; 
  • Accordo per eliminare il carbone nella produzione di energia;
  • Impegno a sviluppare rotte di navigazione più verdi
  • Nascita del mercato globale delle emissioni di carbonio.

Ha avuto molta risonanza mediatica, inoltre, il nuovo accordo tra Stati Uniti e Cina, con cui i due paesi si impegnano a lavorare insieme per contenere il riscaldamento climatico entro il grado e mezzo. Nonostante la sua importanza simbolica, soprattutto dopo anni di tensioni tra le due grandi potenze, la dichiarazione è priva di sostanza in quanto non parla né di scadenze né di finanziamenti né tantomeno di obiettivi specifici. Sempre rimanendo in tema finanziamenti, alla COP15 i paesi più ricchi si erano impegnati a versare ai paesi in via di sviluppo 100 miliardi ogni anno per aiutare sia quei progetti che puntano a limitare la quantità di emissioni sia quelli che invece cercano soluzioni pratiche per lottare contro gli effetti già in atto del cambiamento climatico. Secondo l’OCSE però, dal 2013 questo denaro non sarebbe mai stato versato totalmente: neanche questa volta la COP è riuscita a dare una risposta concreta e nessun fondo è stato istituito. 
L’ultimo accordo, infine, è stato oggetto di molte discussioni in seno alla Conferenza. Il Glasgow Climate Pact per la prima volta in una COP si riferisce esplicitamente al consumo del carbone, materia prima che rappresenta il 40% della CO2 emessa su scala globale. All’inizio questo prevedeva di “eliminare gradualmente l’uso del carbone e i finanziamenti per i combustibili fossili“, ma prima della firma alcuni paesi tra cui Cina e India hanno chiesto di modificare il testo, sostituendo “eliminare” con la parola “ridurre” e quindi, di fatto, puntando ad un obiettivo molto meno ambizioso e vincolante.  

L’Italia, dal canto suo si è impegnata in molti degli agreement sopracitati, tra cui quello sul metano e sulla deforestazione; ha sottoscritto la Breakthrogh agenda, che impone agli stati di rendere le tecnologie sostenibili le più interessanti anche da un punto di vista economico e infine ha aumentato l’impegno finanziario per la lotta al cambiamento climatico, mettendo in campo 7 miliardi di dollari in investimenti. 

Molti progressi, ma non abbastanza

Il Premier britannico Boris Johnson alla Conferenza,
https://www.flickr.com/photos/number10gov/49487775237

Alla fine della Conferenza nessuno si è detto completamente soddisfatto degli obiettivi raggiunti dalla COP26: né il Presidente della COP, Alok Sharma, commosso e “profondamente frustrato” dopo la firma dell’ultimo accordo sul carbone, né i leader mondiali, tra cui il padrone di casa Boris Johnson, né tantomeno gli attivisti. Durante tutto il periodo della conferenza, infatti, non sono mancate le manifestazioni di Fridays for future e le condanne da parte dei giovani, guidate in primis da Greta Thunberg: “la COP26 è finita” ha scritto su Twitter dopo la chiusura dei negoziati, “Ecco un breve riassunto: Bla, Bla, Bla. Ma il vero lavoro continua fuori da questi saloni. E noi non ci arrenderemo mai, mai“.

Secondo l’ONU anche se tutti gli impegni presi a Glasgow fossero rispettati la temperatura aumenterebbe comunque di almeno 2,7° rispetto all’era pre-industriale entro il 2100.  E forse da questa COP tutto il mondo si aspettava di più: “Questa non è un’esercitazione“- hanno scritto i giovani attivisti rivolgendosi ai leader del mondo – “è un codice rosso per la Terra“.

Marta Fornacini

Fonti:

Crediti immagine di copertina: WikiMedia Commons  

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