Mind The Gap: definire la non conformità

Sull’onda degli articoli precedentemente pubblicati dalle redattrici Marta Fornacini e Maël Bertotto (reperibili qui e qui !), in questo estratto viene snocciolata la tematica della non conformità corporea. Da quest’idea di partenza sono emerse molte questioni socialmente rilevanti – affrontate in occasione della tavola rotonda indetta dall’evento Mind The Gap per l’8 maggio – mediata da Mara Pieri (ricercatrice presso il Centro de Estudos Sociais dell’Università di Coimbra) e da Francesca Tampone (ricercatrice del CIRSDe dell’Università di Torino), presso il circolo dei lettori Off Topic di Torino.

Cortile interno circolo Off Topic, 08/05

Crediti immagine: Alessia Congiu
Sala CUBO in cui si è tenuta la tavola rotonda (Off Topic, 08/05/2022).

Crediti immagine: Alessia Congiu

È POSSIBILE DEFINIRE LA NON CONFORMITÀ?

Un solo spunto per avviare un confronto che ha sollevato questioni sempre più intricate e dilemmi privi di risposte: è possibile racchiudere il concetto di “non conformità di corpi femminili” in un solo termine? Sgomento diffuso nella stanza che ha ospitato il confronto. 

Ciò che non detiene denominazione appare inesistente, impossibile da nominare. Questo non vale per molti concetti pragmaticamente verificabili come quello inversamente speculare alla conformità, esprimibile esclusivamente attraverso la negazione di un termine al quale siamo letteralmente “assuefatti”. La non conformità, infatti, esiste eccome!

SPUNTI DI RIFLESSIONE

In un mondo cis, etero, patriarcale e abilista risulta conforme tutto ciò che aderisce a tali caratteristiche, conseguentemente considerate “normali”. Il fulcro della tematica è proprio il seguente: partire dalla norma per giungere all’eccezione, in un filo conduttore che si dipana tra stereotipi d’immagine e di bellezza, di denaro e di capitalismo. 

Nell’attuale struttura sistemica sociale e, addentrandoci più intimamente, nel mondo femminile, la disomogeneità è più che mai evidente: la compenetrazione tra realtà differenti genera infinite intersezioni che valorizzano un mondo sempre più creativo. 

Tante prospettive di degno valore scorrono lungo vettori che, tuttavia, collidono con il diffuso principio di omologazione, situato in direzione diametralmente opposta. Uno scontro tra il desiderio di essere difettosamente ed imperfettamente se stessi, controbattuto dalla finzione umana, innescata per raggiungere la “medietà” della regola di conformità individuata dall’accademico A. Quetelet.

Attenzione però: “quest’uomo medio” rispecchia la tendenza sociale tipica della specie umana che necessariamente sviluppa un’identità personale sulla base dei contesti collettivi di inserimento. 

LA NON CONFORMITA’ DA IMMAGINI STEREOTIPATE E BELLEZZA

Dalle principesse Disney, passando per Bridget Jones fino a Pretty Woman, i modelli femminili che ci vengono propinati, sin dall’infanzia, ruotano intorno a ripetuti Leitmotiv: bellezza, bontà d’animo e necessità di uomini potenti ed eroici come coronamento della propria esistenza. 

A partire da questi tratti si profila il volto della femminilità nell’ottica con cui essa viene trasmessa globalmente. Tacchi vertiginosi, vestiti attillati, asimmetrici o particolarmente corti, unghie laccate e make-up denotano un grado di “scomoda” femminilità, assai elevato e sempre direttamente connesso al principio di bellezza reso oggettivo, specialmente dal mondo della fashion industry. 

In una simile chiave di lettura, appare non conforme un corpo che trascende dalle dimensioni dell’ordinarietà per spostarne il baricentro verso una direzione anticonformista che scombina i termini delle equazioni standardizzate “femminilità = tacchi” o “essere donna = labbra laccate”, qualora esse non si confacciano alla propria immagine di tale concetto. 

LA NON CONFORMITÀ TRA DENARO E CAPITALISMO

Altrettanto conformi sono i corpi che si prestano con facile automaticità alla produzione di profitti, come parti di un puzzle globale che somma tasselli abili al capitalismo. Il protagonista dei nickelodeons industriali è un “Charlot” chapliniano attualizzato che dimentica la personale identità a favore di un sistema sempre più monetariamente radicalizzato. 

Corpi concepiti come macchine di produzione efficienti, operative e sempre funzionanti costituiscono il motore del progresso universale. L’estraneità a tali prerogative e l’impossibilità di rientrare in questi schemi prestabiliti diventa una problematica ad appannaggio del singolo individuo, in un’ottica capitalista che esclude la non conformità dei corpi apparentemente “improduttivi”. 

Recentemente, l’imprenditrice Elisabetta Franchi, creative director dell’omonimo brand, ha espresso i concetti sopracitati in maniera particolarmente schietta. Riportando i termini da lei pronunciati, “Quando metti una donna in una carica importante, se è molto importante, poi non ti puoi permettere di non vederla più per due anni”: ecco che la non conformità dei corpi femminili, intesi come potenziali culle di nuove vite, oltre a essere obiettivamente esposti all’umano rischio di contrarre patologie o di necessitare di assenze lavorative, viene accentuata. 

In quest’ottica, la non conformità viene fuggita, allontanata come se rappresentasse una fonte di lesione alla creazione di capitali pecuniari. All’abbandono corrisponde un modello di economia individualista, nel quale solo chi è omologato si inserisce facilmente e in maniera positiva, mentre chi si colloca sul fronte opposto, non può che richiedere l’assistenzialismo economicamente condannato. 

CONFORMITÀ: È SEMPRE NEGATIVA O È SEMPRE POSITIVA?

Se alcuni principi venduti dalle imprese di marketing vengono diffusi come universalmente univoci – quand’anche essi non lo siano – è altrettanto riconoscibile che la comunione di leggi, norme, regole e precetti consentono ai sistemi umani di sopravvivere e di organizzarsi a favore di un equilibrio intrinseco e, contemporaneamente, olistico. L’adozione di una posizione completamente anticonformista risulta controproducente per la sopravvivenza della propria identità in un “concreto normato”: tutti agiamo conformemente, rispettando gli istituti che condividiamo con i membri dei gruppi in cui condividiamo la nostra esistenza.

D’altro canto, l’essere non conforme dà la possibilità di essere interpretati in quanto singoli viventi, intrisi di speciali punti di vista e caratteristiche. 

NON CONFORMITÀ: UNA CONCLUSIONE APERTA

Le mutazioni che riguardano l’umanità e, in particolare, quella femminile divengono sinonimi di disabilità da sopperire con l’intervento di quei fisici prestanti, belli, magnanimi e indipendenti che agiscono “conformizzando” coloro che conformi non sono. 

Il femminismo intersezionale agisce nell’ottica di rivendicare l’importanza dell’unicità di ciascun individuo, evidenziando la tangibile inter-realtà di cui è irrorato il mondo. Grazie a sistemi di convenzionale omogeneità è possibile convivere, mantenendo, tuttavia sempre l’aplomb del rispetto e rivendicando la capacità di agire individuale, seppur differentemente, per contribuire ad un’esistenza collettivista. 

Militanza, conformismo ambivalente e plus-realtà: questo è il femminismo intersezionale

Alessia Congiu

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