L’«Odi et amo» fra il duce e i dialetti italiani

Fatta l’Italia bisogna far gli italiani. Così disse il ministro d’Azeglio all’indomani del 1861.

Dalla Valle d’Aosta al tacco dello stivale, da sempre noi italiani siamo soliti parlar dialetto. Se oggi può essere considerato un linguaggio marginale e denso di stereotipi, un secolo fa non era affatto così. Dalle campagne alle città, il dialetto rappresentava il codice di comunicazione tradizionale. La lingua di Dante, ovvero l’Italiano, non la si conosceva, non la si capiva e dunque non la si parlava.

Nel 1865 il nascente Stato italiano finanziò un’inchiesta – denominata Inchiesta Matteucci – con lo scopo di capire le condizioni della pubblica istruzione in Italia. Seppur dal 1859 la Legge Casati rendeva obbligatori i primi due anni della scuola elementare, i genitori degli alunni – non essendoci sanzioni economiche nel caso non adempissero al loro dovere di mandare i figli a scuola – preferivano tenerli a casa ed utilizzarli come forza lavoro (soprattutto negli ambienti contadini). I maestri, rivelò l’indagine, non erano adeguatamente formati, le scuole erano fatiscenti e l’insegnamento della lingua italiana risultava un miraggio irraggiungibile. Gli studenti – (quasi) tutti dialettofoni – scambiavano inconsapevolmente le consonanti p e b, r e d, c e g; così come la pronuncia delle lettere s, sc e t. Insegnare loro l’italiano era un compito tutt’altro che semplice.

Un esempio evidente lo si trova nelle lettere inviate dai soldati al fronte durante la Prima Guerra Mondiale: si può comprendere sia l’elevato tasso di analfabetismo sia lo sforzo dello scrivente di scrivere in una lingua che potesse avvicinarsi il più possibile ad un italiano privo di inserti dialettali.

http://www.lineadiretta24.it/tv-costume/trincee-di-inchiostro-grande-guerra.html

Se la maggior parte dei ragazzi parlava solo ed esclusivamente il dialetto, come si faceva ad insegnare loro l’italiano? E se gli insegnanti erano i primi a non saper la lingua italiana, come facevano ad istruire i propri alunni?

Questo retaggio culturale doveva essere in qualche modo affrontato (e superato). Di tale importante sfida se ne occupò Mussolini. Egli fece propria la questione dell’alfabetizzazione, avviando così una vera e propria battaglia per il prestigio nazionale nei confronti dell’estero: nella prima metà del ‘900 gli emigrati italiani che approdavano nei paesi ospitanti rappresentavano un popolo disunito e privo di una lingua comune, e questo implicava (implicitamente) la non curanza della Nazione nei confronti dei cittadini. Bisognava, dunque, correggere il tiro e far sì che l’appartenenza alla nazionalità italiana fosse motivo di orgoglio.

La posizione del duce riguardo l’utilizzo dei dialetti non fu chiara ma alquanto ambivalente: se da un lato voleva promuovere l’ascesa della lingua italiana come lingua nazionale, dall’altro non voleva che i cittadini perdessero l’attaccamento con la loro parlata regionale d’origine.

Nel 1923, ad un anno dalla Marcia su Roma, venne approvata la Riforma Gentile. Varando un programma apertamente filodialettale, lo statista sosteneva che per comprendere l’italiano bisognava anzitutto partire dal retroterra linguistico degli studenti. Il dialetto non era solo un mezzo obbligato per arrivare a padroneggiare la lingua italiana, ma era un vero e proprio codice linguistico dotato di onore e dignità.

Con l’inasprirsi della dittatura alla fine degli anni ’20 questa posizione venne bruscamente accantonata. Si intrapresero atteggiamenti antidialettali e dialettofobi-nazionalisti (circolari fasciste vietavano l’utilizzo del dialetto all’interno dell’istituto scolastico). Questo punto di vista vedeva nei dialetti delle forze centrifughe che minavano un’auspicata unità nazionale. Iniziò così a farsi strada la politica dell’estirpazione del “malerba dialettale”, un’operazione che non teneva in considerazione il patrimonio dialettale degli studenti (dal momento che la lingua italiana era l’unica ammissibile nei contesti scolastici). I risultati furono quindi tutt’altro che positivi: gli studenti non riuscirono ad acquisire né competenze scritte né competenze parlate di italiano.

Non riuscendo a raggiungere gli obiettivi scolastici auspicati, nel 1936 venne soppressa dall’annuale censimento statale la domanda “Sai leggere e scrivere?”, che serviva, insieme ad altre, a stabilire l’alfabetizzazione del Paese. Per questo oggi risulta difficile seguire statisticamente l’incremento dell’alfabetismo durante il Ventennio fascista.

Sarà poi la circolazione degli uomini, il servizio militare obbligatorio, la radio, la televisione e le trasformazioni economiche a portare alla nascita dell’italiano parlato. E la scuola, quindi? Il suo ruolo fu importante, ma, contrariamente a quanto si possa pensare, non decisivo.

Giulia Arduino

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