Come si chatta? Cercando un galateo per Whatsapp e simili

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Il seguente articolo si propone di sviscerare i significati dietro alcune consuetudini ormai divenute parte della comunicazione messaggistica. Quanto segue non ha pretese di valenza universale, poiché si comprende che la versatilità degli strumenti tecnologici permette un notevole livello di personalizzazione e differenziazione delle esperienze.

Quando il telefono “si fonde” con la mente

Un problema che la Gen Z conosce bene è quello del ghosting, l’atto di smettere di rispondere all’improvviso ai messaggi di qualcuno. Ce ne ha parlato la nostra redattrice Deborah Salinas in un articolo di qualche mese fa. Il sottotesto psicologico di questa pratica è profondo: nel momento in cui la comunicazione con qualcuno crea disagio o tocca tasti dolenti del proprio carattere, si preferisce cancellare la situazione spiacevole cestinando la chat, bloccando il proprio interlocutore e non facendosi più sentire.

Si tratta di una pratica causata da uno stato mentale molto chiaro che si presenta in chi la compie: la necessità di togliersi da un contesto comunicativo sgradito. Le cause di questa ripulsione possono però essere molto varie: disinteresse, ansia da prestazione, desiderio di ferire, l’intento — generalmente autosabotatorio — di accrescere l’altrui interesse verso la propria persona. Sta poi a chi ha ricevuto il ghosting tentare di sbrogliare la matassa e comprenderne i motivi, anche se in soliloquio.

Curiosamente, questa corrispondenza fra “azione nel digitale” e “stato mentale” è ravvisabile anche in situazioni molto differenti e dal “carico psicologico” assai minore. Ad esempio, scrivendo un’importante mail di lavoro, si tenderà a entrare in un certo tipo di concentrazione; in un momento di noia, ci si può scoprire a scorrere sulle schede delle applicazioni senza un fine particolare. Oppure, si skippa quella canzone che proprio non ci sta in quel momento — quando invece, se ci trovassimo in un differente stato mentale, l’avremmo ascoltata volentieri.

Districarsi fra costumi e significati impliciti

Prendiamo ad esempio una situazione di “primo corteggiamento” stereotipica: a seguito di una conoscenza, oggi tra giovani “ci si scambia l’Instagram”, ossia le coordinate dei rispettivi profili che permetteranno di mettersi in contatto sul social di Meta — il cui uso è ormai dato per scontato — in qualunque momento. Si apre ora una fase di potenziale ambiguità, fra un “like tattico”, una ricondivisione di un post e altri gesti che potrebbero far intendere un certo interesse verso l’altra persona.

Qui, i più giovani possono incastrarsi in un problema tutt’altro che scontato: l’incapacità di chiedersi se il proprio “dialetto comunicativo” (digitale) sia compatibile con quello altrui. In soldoni, ci si pongono domande come:

“Mi ha messo like all’ultimo post, secondo te gli/le interesso?”, “L’ultimo messaggio che ha mandato era un’ora fa, dici che ho aspettato abbastanza per rispondere?”.

Non è un caso che le generazioni precedenti fatichino a comprendere queste sfumature. Per i nativi digitali viene tutto molto più naturale, perché sono più abituati a certi strumenti di comunicazione, talvolta sin da un’età davvero precoce, dopo aver avuto accesso per la prima volta a un dispositivo digitale.

Non stupisce che i social network siano dunque colpevoli di aumentare le insicurezze nei più giovani; oltre all’ossessione per la propria immagine, con una pericolosa tendenza all’adultizzazione precoce — di cui parla la nostra redattrice Elisabetta Croce in un articolo — rimane la schiacciante incertezza di essere gli unici a non capire un linguaggio che gli altri invece sembrano padroneggiare. Un po’ come quando ci si immerge in una comunità linguistica di cui non si conoscono ancora a sufficienza le regole; in caso di incomprensioni, si dà per scontato di essere il problema, in virtù delle proprie conoscenze insufficienti.

Le mille “microespressioni” testuali…

Così, le conversazioni via chat possono diventare un triathlon interpretativo per chi vi prende parte. Ogni significato passa attraverso l’interfaccia grafica e cosa questa comunica, in quell’immenso spazio fra “sta scrivendo”, “online” e “ultimo accesso”.

Il variare di questi segnali è una forma in cui può manifestarsi l’interesse dell’altra persona. Se tra un messaggio e l’altro si aprono altre applicazioni chiudendo quella di messaggistica, chi sta dall’altra parte vedrà alternarsi gli stati “online” e “ultimo accesso”. Si potrebbe dunque percepire che la conversazione in corso non sia gradita al proprio interlocutore.

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Ma non solo; anche se la scritta “online” rimane fissa, è comunque possibile rilevare il coinvolgimento altrui semplicemente misurando il tempo tra il proprio ultimo messaggio e la risposta. Bisogna però sempre considerare la situazione in cui l’altra persona sta messaggiando. Ad esempio, camminare in un contesto urbano richiede di prestare grande attenzione ai propri spostamenti; per questo diventa impossibile concentrare la propria attenzione sul cellulare.

…e le usanze inarrestabili

Allo stesso modo, se una conversazione non si è conclusa con qualche formula riconoscibile (derivante dal parlato!) come «ciao!», «buona serata» ecc., o il proprio ultimo messaggio è rimasto solo “visualizzato” senza risposta, ci si può sentire “offesi”, o quantomeno straniti da questo “ritiro” conversazionale non motivato.

Per lo stesso motivo, in un mondo in cui la comunicazione istantanea è lo standard, non ricevere un messaggio che certifichi l’avvenuto ritorno a casa in totale sicurezza, magari dopo una serata con amici in qualche posto dove sia possibile imbattersi in “pericoli”, può far preoccupare non poco. Questo è un chiaro esempio di costume, che è anche un atteggiamento psicologico, sviluppatosi grazie alle nuove abitudini comunicative; si manda un messaggio non perché sia “strettamente necessario”, ma perché lo si può fare, e allora “perché no?”.

Qualche regola

In fin dei conti, un buon principio di comportamento per far andare bene una chat è non farsi trascinare emotivamente dai significati potenziali che emergono dall’interfaccia grafica della propria applicazione. A questo fine, è di grande aiuto fare domande ogni volta che serve, così da risolvere subito dubbi e incomprensioni prima di giungere a fraintendimenti e malintesi.

Come nelle conversazioni di persona, conviene anzitutto preoccuparsi di aver capito l’altro, ma anche e soprattutto di essersi capiti. Quel che abbiamo scritto rappresenta bene ciò che volevamo comunicare? Abbiamo considerato tutte le possibili interpretazioni del nostro messaggio?

In conclusione, è curioso notare come questi problemi interpretativi sorgano proprio nel momento storico in cui l’alfabetizzazione ha ripreso a scendere lentamente. È paradossale che capiti proprio oggi, quando la stragrande maggioranza della popolazione si ritrova a “scrivere” quotidianamente con una tastiera digitale, per mille motivi diversi. Ma tant’è.

Emanuele Pilan

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