Solidarietà sotto processo nella Fortezza Europa

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Non è la prima volta che la democraticissima Europa viene sospettata di violare i diritti umani e di tentare di spingere lontano da sé il problema dei flussi migratori. Viviamo forse in un periodo storico contraddittorio – caratteristica peraltro comune a molte epoche – in cui a prima vista sembra che forze sovraniste e anti-migratorie statuali si pongano in netto contrasto con la politica delle istituzioni europee, ma al di là del velo di apparenza esse risultano, per lo meno per quanto riguarda le politiche migratorie, seguirne all’estremo le logiche e i fini.

Si intitola Punishing Compassion: Solidarity on trial in Fortress Europe il report stilato da Amnesty International, che denuncia le criminalizzazioni subite da coloro che agiscono per la protezione dei diritti umani (“difensori dei diritti umani”, secondo la definizione della omonima Dichiarazione delle Nazioni Unite), sia privati che ONG. Il report passa in rassegna i procedimenti penali, le restrizioni all’attività umanitaria, le molestie e le campagne denigratorie ai danni di difensori dei diritti umani in Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Regno Unito, Spagna (e Svizzera).

«Le politiche migratorie europee sono volte a prevenire l’arrivo in UE di migranti e rifugiati, a contenerli nel paese di primo arrivo e a deportarli il più possibile nel loro paese di origine. Soccorrendo migranti e rifugiati in pericolo in mare o in montagna, offrendo loro cibo e riparo, documentando gli abusi di polizia e guardie di confine, opponendosi a deportazioni illegali, i d.d.u. hanno messo a nudo la crudeltà causata dalle politiche migratorie e sono diventati essi stessi bersaglio delle autorità.»

Per quanto riguarda l’Italia, il report si concentra sulle indagini e sulle campagne diffamanti ai danni delle ONG impegnate nel soccorso marittimo con le loro navi, e del relativo equipaggio. Anche in questo caso, come si diceva sopra, il comportamento delle nostre istituzioni è apparso, più o meno consapevolmente, in linea con quello europeo.

«Nel giugno 2016, il mandato di EUNAVFOR MED è stato ampliato in modo da includere l’addestramento della guardia costiera e marina militare libiche, per aumentare la loro capacità di intercettare migranti e rifugiati e riportarli in Libia. (…) Da questo momento, la presenza delle navi ONG che cercavano di salvare migranti e rifugiati partiti dalla Libia e di sbarcarli in Europa era diventata un ostacolo per la realizzazione della strategia dei leader europei di tenerli là. Il linguaggio utilizzato dagli organi ufficiali in riferimento alle ONG impegnate nel salvataggio in mare iniziò a cambiare alla fine del 2016. Rappresentanti di istituzioni, politici e cronisti iniziarono a instillare sospetti sul ruolo e le ragioni delle ONG, suggerendo che la presenza delle navi vicino alle acque territoriali libiche e i loro metodi di attività incoraggiassero le partenze. Vennero fatte insinuazioni riguardo contatti diretti fra ONG e le reti di trafficanti. Sorsero domande sulla provenienza dei fondi che finanziano le attività di ricerca e di soccorso. (…) I documenti di Frontex sottintendevano ci fossero potenziali accordi tra ONG e trafficanti.»

Gli ostacoli all’attività delle navi ONG incominciarono nel 2017, con l’imposizione di un codice di condotta – così restrittivo che MSF e Jugend Rettet rifiutarono di firmare e pochi mesi dopo Moas, MSF, Save The Children e Sea-Eye sospesero le loro attività nel Mediterraneo preoccupati per la salvezza dell’equipaggio e per l’effettiva possibilità di portare a termine la propria missione – e con l’apertura di 13 indagini penali in Sicilia, alcune delle quali terminate riconoscendo lo stato di necessità, mentre altre rimangono aperte e hanno implicato misure come il sequestro delle navi. È ciò che è capitato alla nave Iuventa (su cui è stato girato un bel documentario) della ONG Jugend Rettet, il cui equipaggio è indagato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. In questo contesto, un decisivo colpo all’attività umanitaria è arrivato per ultimo dal decreto legge 53/2019 di giugno 2019, approvato dal Parlamento con la legge 77/2019, che attribuisce ai ministri dell’interno, dei trasporti e della difesa il potere di vietare l’ingresso, il transito o la permanenza di navi nelle acque territoriali italiane, in caso di pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico e di violazione delle norme sull’immigrazione. In caso di violazione, è prevista una sanzione amministrativa tra 150.000 e 1.000.000 euro, il sequestro della nave e l’arresto in caso di resistenza o violenza a nave da guerra. Come tutti ricorderanno, qui si svolsero le tragiche vicende della Sea-Watch 3 – e il report si sofferma sulla personale e grave campagna diffamatoria che il precedente ministro dell’interno fece contro la comandante, Carola Rackete – e Open Arms, oltre ad altre che fecero meno clamore.

Raccontando la sua esperienza al Parlamento Europeo, Carola Rackete disse che si sentì trattata “come se stessi portando la peste, non esseri umani”

Il report di Amnesty International conclude che in Italia i difensori dei diritti umani trovano un ambiente ostile e incertezza legale, e che i migranti sono stigmatizzati e lasciati più vulnerabili alla morte in mare e alle torture nei centri di detenzione libici. È lecito dunque chiedersi fino a che punto l’Europa continuerà a rinnegare i propri valori e per quale motivo i cittadini europei riescano a mostrarsi solidali solo con i propri connazionali, mentre persone di etnie lontane – con cui condividono solo l’appartenenza al genere umano – vengono disprezzati e colpevolizzati.

Qui il report completo.

Silvia Gemme

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